...continua
Esercito, polizia, carabinieri... e l'Andrea è contento?
(08 agosto 2008)...(perchè l'insofferenza del governo per i cittadini di ogni ordine e grado non è reciproca?)
(31 luglio 2008)...... ed è per te che, lontano
da discorsi e discordie,
hai la testa appoggiata
a un guanciale di nuvole azzurre.
(Li Po – A Tan Chiu – Liriche cinesi)
Caro Ippolito
Era gennaio, inverno, la stagione tua preferita, mancavano alcuni giorni al tuo settantaseiesimo compleanno: allora, ti ho incontrato. Patrizia Carrano con intuizione felice mi indirizzò a te, cercavi una segretaria che desse ordine alle tue carte.
Mi hai guardata e hai detto: va bene, i suoi occhi sono intelligenti.
Non hai chiesto, non hai indagato il mio passato, non il curriculum, le competenze; tu professore universitario, architetto paesaggista, scrittore, uomo di mondo.
I tuoi, gli occhi tuoi sì, erano bellissimi, trasparenti, celesti come il cielo, azzurri come il mare, limpidi come l’acqua di un ruscello, chiari come quelli di un bambino, innocenti.
Non ti ho lasciato più, avevo trovato il “mio professore”.
Una delizia rileggere insieme i pensieri, le parole tue che era mio compito ricopiare, perché tu ti sentivi ed eri soprattutto scrittore, essenziale e acuto, ironico e tagliente, frivolo e profondo, originale. Ogni appuntamento, ogni incontro era un “tornare a casa”, la tua casa, colma di luce, di vento e di gatti – e anche di abbandono. Partivi spesso, sempre, di continuo, costantemente ricercato, invitato, incaricato; ma a Roma eri solo, a casa tua vivevi e soffrivi la solitudine e la malinconia.
La tua onestà intellettuale, la totale assenza di pre-giudizio, la tua cultura, la naturalezza e intensità delle tue emozioni, la tua passione per le donne, i tuoi innamoramenti totali, i tuoi dispiaceri e i tuoi dolori: tutto era sempre lì, senza reticenze e senza enfasi – eri tu sempre – tutto intero. Impressa in me rimaneva una traccia, una nuova impronta, un sorriso.
Ed io imparavo, anche ricordavo qualcosa che già era mio, che mi apparteneva, che avevo forse visto in sogno, forse in mio padre – affinità.
Guardandoti e ascoltandoti mi sono sentita Fiore, Giardino, Parco, ma soprattutto Albero e Bosco, Brugmansia, Cercis siliquastrum e Sambuco, Ulivo, Platano, Olmo e Quercia; Pieno e Vuoto, Ombra e Luce, ho intravisto la Scena, il Teatro della natura e della vita.
Ed è così che a poco a poco la nostra collaborazione si è trasformata in affetto sincero, intenso, necessario, direi indispensabile.
Mi manchi, mi manca la tua leggerezza, mi manca la tua voce, il tuo sguardo, il tuo viso che mi piaceva tanto, la tua figura bizzarra, il folletto che era in te, e molto mi mancano le tue bellissime mani – calde.
Ti ho voluto e ti voglio tanto bene
Laura
(14 agosto 2008) | PAGINA | 1 |
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