ELENA ALLEVA

Gatto fra i gatti di Ippolito

Avevamo piacere di fare le stesse cose, e insieme: per esempio leggere, guardare il cielo, sentire la terra scorrere fra le dita o compattarsi, potare, accarezzare le cortecce, comprare piante ancora mai provate...

(14 luglio 2008)

...continua

GIANNI BARBACETTO

Se telefonando...

Le telefonate intercettate mostrano che il personale è politico, in senso letterale: è tutta politica la vicenda che ne emerge.

(07 luglio 2008)...

GIORGIO GALLI

8 luglio, a Roma

Con la scusa della maggioranza la giustizia non è una questione prioritaria e nemmeno l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e nemmeno la correttezza dell'informazione... Ma la maggioranza è poi tale?

(03 luglio 2008)...

ROSSELLA VITA

Dove sono tutti?

Sicurezza, impunità, deliri contro l'umanità...

(24 giugno 2008)...

GUIDO MARTINOTTI

Italian Style

Con quel che c'è in giro può sembrare marginale, ma lo stile del dibattito intellettuale può diventare una cartina di tornasole di molti vizi tutti italiani, che hanno anche fare - guarda un po' - con l'onestà.

(18 giugno 2008)...

Lavori in Corso

I numeri delle donne

Elena Alleva

Gatto fra i gatti di Ippolito

La cerimonia del tè e altri piaceri

Ippolito Pizzetti è entrato nella mia vita attraverso Enrico. Avevo poco più di dieci anni quando mio fratello cominciò a sistemare sulla terrazza - fino ad allora occupata solo da una grande voliera per suoi colombi viaggiatori e dai miei quattro paperi liberi di razzolare - le piante che Ippolito gli regalava ogni volta che avevano modo di incontrarsi. Credo che mai nessuno sia uscito da casa di Ippolito senza una talea appena radicata, un sacchetto di semi o un libro in prestito. Le prime piante che regalò a Enrico, e che quindi mi diede indirettamente l’occasione di conoscere e coltivare in terrazza, furono una vite del Canada, un rovo senza spine prolifico di more, una Feijoa che arrivò a fruttificare, e poi zucchette ornamentali e caprifogli dai fiori bianchi e profumati. Per me fu una rivelazione. Per i miei paperi l’inizio di un lauto banchetto. Per poter coltivare una qualsiasi pianta che avesse foglie al di sotto dei cinquanta centimetri di altezza, come la fragola o la viola, dovevo avvolgerla in una nuvola di rete da pollaio a maglie esagonali, perché il loro becco vorace si tenesse a debita distanza. In seguito ho scoperto che anche Ippolito doveva difendere le sue piante, ma dai gatti: aveva raccolto negli anni decine di rami di piante spinose e li sistemava sghignazzando sulla superficie del terreno dei vasi, per evitare che i suoi amati gattacci scavassero piccole buche o si sdraiassero sulle erbacee schiacciandole.

Ippolito l’ho conosciuto soltanto una quindicina di anni dopo l’arrivo delle sue talee nella mia terrazza, quando una mattina d’inverno gli ho lasciato timidamente in portineria una copia delle rubriche sulle piante che avevo scritto su “Pace e Guerra” e su “La Nuova Ecologia”, insieme a una lettera dove gli chiedevo alcune informazioni su piante non trattate sui testi allora in libreria. Lui mi ha telefonato poco dopo, era curiosissimo di conoscermi: mi ha detto che scrivevo molto bene, che dovevamo assolutamente lavorare assieme e che se fossi andata a casa sua per un tè avremmo trovato nella sua biblioteca tutte le informazioni che andavo cercando. Il tè ha celebrato il nostro primo incontro e ha dato inizio o concluso tutti i nostri incontri nei ventitre anni successivi. Caldo d’inverno, davanti al camino acceso; freddo d’estate, all’ombra delle clematidi. Sempre accompagnato dal buon odore della pipa e dalla presenza morbida dei gatti. Quando mi ha conosciuto mi chiamava Il Gatto, perché così mi aveva sempre sentito nominare da mio fratello; poi, col tempo, ha cominciato a usare il mio nome. Ma appena gli era possibile faceva sempre qualche parallelo fra il mio carattere e quello dei suoi gatti, che effettivamente hanno molti lati in comune. Io credo che fu già da quel primo tè che da Gatto di casa mia divenni anche Gatto fra i gatti di Ippolito. E ancora adesso mi ci sento.
Definire Ippolito un maestro è assolutamente riduttivo, ma non riesco a trovare un termine migliore. Era fedele, attento e generoso di sé: mi ha educato, mi ha insegnato tutto quello che so e soprattutto a studiare sui libri quello che mi accorgo di non sapere, per imparare ogni giorno qualcosa di nuovo. Si divertiva moltissimo a entrare nel ruolo del maestro che riprende l’allieva solo per mettermi in imbarazzo: alcune volte mi chiedeva a tradimento il nome di un albero o di un arbusto che lui stesso aveva fatto fatica a identificare; altre, scorgendo nel cielo la sagoma di un uccello in volo o sentendo da casa il verso di un rapace notturno, mi chiedeva di riconoscerlo – ha sempre avuto una passione per il cielo, le nuvole, la luna, le cime degli alberi e il mutare delle stagioni nell’aria. Nella maggior parte dei casi rispondevo esattamente; se sbagliavo, mi rimproverava felice. Era dispettosissimo e perennemente polemico, ma lo era sempre a buon fine e sapeva farsi perdonare.
Che cos’altro mi ha insegnato? A estirpare le ortiche a mani nude dal terreno, prendendole dal verso giusto – cosa di cui andava molto fiero. E poi fra le mille altre cose a piantare specie che da adulte risultassero in scala con il contesto, a non affogare i giardini di piante - perché sosteneva che anche una singola pianta, se il luogo lo consentiva, poteva creare un giardino. A rifuggire le regole, a seguire il mio istinto, la mia immaginazione, la mia sensibilità e le mie passioni. A combattere contro chi non crede alla mia competenza e a esprimere con sicurezza, attraverso le piante, quel che mi ispira un giardino. E inoltre a osservare, cogliere, curiosare e sperimentare: non esco mai senza macchina fotografica e quaderno, per essere sempre pronta a fissare un pensiero su una pianta o un’immagine che desidero tenere per me.

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I commenti nel sito de Il giornale

complimenti, bell'articolo davvero. Anch'io ho notato tutti gli elementi che lei ha evidenziato. Soprattutto l'incapacità di andare oltre un ma o un p...